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La storia - parte quarta

 

   L’arrivo di Venezia significò per Crema un deciso cambiamento. La condizione di territorio ai confini dei domini veneziani di terraferma le ottenne un trattamento privilegiato soprattutto dal punto di vista degli scambi commerciali e con un grado di autonomia amministrativa senza dubbio superiore a quello goduto dalle vicine città dello stato di Milano; si poterono perciò ripristinare statuti e ordinamenti comunali, sia pure con un governo aristocratico e sotto il controllo di un podestà nominato in laguna. Venezia inoltre riconobbe immediatamente a Crema la dignità di "città" e interpose i suoi buoni uffici perché in ambito ecclesiastico le fosse concessa l'istituzione di una diocesi autonoma (aspirazione che si sarebbe concretizzata soltanto nel 1580).

La dominazione veneta non si limitò però a intervenire sugli aspetti politici e amministrativi, ma influenzò un po’ tutto lo stile di vita dei cremaschi, che venne connotato da una diffusa tendenza alla nobilitazione aristocratica. Il che, per la piccola nobiltà e la ricca borghesia della città istintivamente aduse alla micragnosità provinciale, non significò solo mero esercizio del potere, possibilità di carriera e acquisizione di commesse o laute prebende, ma volle anche dire adeguamento del tenore di vita alla propria posizione sociale, pratica della munificenza e della liberalità, promozione della cultura e delle arti, ricerca della raffinatezza, cura di un decoro esteriore confacente a un'intima nobiltà d'animo.

immagine ravvicinata della basilica di S. Maria della CroceIn coincidenza con il diffondersi dei principi e degli ideali rinascimentali, per Crema quello veneziano fu anche il periodo della “monumentalità”, dello sviluppo delle arti liberali, delle grandi opere pubbliche: si provvide perciò alla selciatura generalizzata di strade e piazze (1455), si diede dignità e prestigio alla piazza del Duomo con la costruzione del porticato meridionale (1474), con l’abbattimento del Palazzo Vecchio addossato alla parete nord del Duomo (1497), con la ricostruzione del Palazzo Comunale, del Torrazzo e del Palazzo Pretorio (1525-55) e con l’erezione del Palazzo della Notaria (1548-49), poi donato all’istituenda diocesi come futura dimora vescovile, si demolì il castello visconteo di Porta Ombriano (1451) e si allargò e fortificò quello di Porta Serio (1468), sorsero le possenti mura "venete" (1488-1508), la splendida basilica di Santa Maria della Croce (1493-1500) insieme con numerose altre chiese e conventi (Sant’Agostino 1439-66 oggi sede del Museo civico, San Domenico 1463-71 ora adibito a teatro, San Pietro 1467, Santo Spirito e Santa Maddalena 1511-25, San Giacomo 1512, San Rocco 1513-20, Santa Chiara 1514, San Bernardino 1518-34), noché gli ospedali di Santa Maria Stella (1481-90) e della Misericordia (1535), il Monte di Pietà (1569-86) e  solenni dimore private (come i palazzi Benzoni-Martini-Donati e Zurla-De Poli), venne scavato il colatore Travacone per dirottare le acque del Cresmiero (proveniente dal Moso) direttamente nel Serio anziché nella roggia Crema (1497), nacquero la Cappella musicale del Duomo, l’Accademia dei Sospinti e il teatro, ebbero nuovo impulso le scuole pubbliche, mentre pittori (Vincenzo Civerchio, Aurelio Buso, Giovanni da Monte) e storiografi (Pietro Terni, Alemanio Fino) conobbero una vera e propria stagione d’oro.

Il dominio veneto risparmiò a Crema la miseria e la decadenza economica del vicino ducato di Milano occupato dagli spagnoli, di cui il Manzoni ci ha lasciato una vivida e indimenticabile descrizione nei Promessi sposi. Anche se in difficoltà nei suoi possedimenti orientali (battaglia di Lepanto del 1571) e già soggetta ai primi segni di declino dopo lo spostamento delle principali rotte commerciali dal Mediterraneo all’Atlantico, Venezia godeva ancora di una notevole ricchezza e la riverberava, insieme con un immobilismo politico un po’ miope, sui propri territori, dove Crema continuò a svolgere il ruolo di importante centro agricolo e di punto di riferimento per gli scambi commerciali.

Anche a Crema sorse un tribunale dell’Inquisizione che ebbe sede nel convento di San Domenico (1614). Né si poté evitare il diffondersi in territorio cremasco della terribile peste manzoniana nel 1630 (le cronache riferiscono di 10.000 morti), con un lazzaretto allestito a Santa Maria della Croce e il cimitero a San Bartolomeo “alle ortaglie”, che da allora venne chiamato “ai morti”.
Nel 1648 la Serenissima chiese denari anche a Crema per fronteggiare le spese della guerra contro i turchi, e a tal fine vennero confiscati i beni dei monasteri di San Domenico, San Benedetto e Sant’Agostino. Allo stesso scopo Gasparo Sangiovanni Toffetti donò 60.000 ducati a Venezia, che lo ricompensò iscrivendolo nell’albo d’oro della nobiltà veneta (unico cremasco a ottenere un simile onore dopo i Benzoni).
Anche nel XVIII secolo la città poté vantare il nome illustre di Mauro Picenardi in campo pittorico e continuò ad arricchirsi di palazzi privati (Terni-Bondenti, Albergoni-Arrigoni), di chiese (quella del Salvatore all’interno dell’Ospedale maggiore, l’ora-torio detto del Quartierone, le ricostruzioni della Santissima Trinità, di San Giacomo, di Sant’Antonio Viennese e la pesante alterazione in stile barocco del Duomo) e di un teatro (1716-23), realizzato però in modo tanto insoddisfacente che si decise di ricostruirlo su progetto di Giuseppe Piermarini nel 1782-86.
L’istituzione di un’Accademia di agricoltura (1769) fu la concreta testimonianza della diffusione anche a Crema della cultura illuminista e dell’interesse per il progresso delle scienze applicate. Fiorirono come sempre gli scambi commerciali (Fiera di San Michele) e si provvide a un generale riattamento delle strade cittadine, sorsero le fabbriche di campane (Crespi) e nacque l’arte organaria, che da allora ebbe una lunga e prestigiosa tradizione coltivata fino ai giorni nostri.
 
 


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Data ultimo aggiornamento: 11/02/2010
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