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La storia - parte terza
 Lo stesso imperatore, il 7 maggio 1185, presenziò alla solenne cerimonia con cui si diede avvio alla ricostruzione della città e disegnò un nuovo e più ampio tracciato delle mura, che ora venivano a comprendere i borghi di San Benedetto, San Pietro e San Sepolcro (oggi Santissima Trinità). Il genero dell’imperatore, Guglielmo V marchese del Monferrato, donò alla ripristinata comunità le proprie insegne che sarebbero poi diventate, e lo sono ancora, lo stemma di Crema: “scudo d’argento, al capo abbassato di rosso, sormontato da una corona marchionale cimata da elmo con un destrocherio armato posto fra due corna di cervo e impugnante una spada d’argento con elsa d’oro che taglia il nodo ultimo del corno sinistro. Lo scudo è circondato da due rami di quercia e di alloro annodati da nastro dai colori dello stesso scudo.”
La ricostruzione di Crema non fu certo accolta con favore dai cremonesi, che nel 1192 riottennero dall’imperatore Enrico VI (figlio e successore del Barbarossa) i loro diritti su Crema. Ciò portò a nuovi scontri e scaramucce fra i due comuni, spingendo i cremaschi ad accelerare i tempi di realizzazione della nuova cinta muraria che, una volta completata (1199), risultò munita di ventuno torricelle e quattro torri, una per ciascuno dei quattro ingressi di Porta Ombriano, Porta Pianengo, Porta Serio e Porta Ripalta, cui si aggiunse la pusterla (la piccola apertura praticata nelle mura per il passaggio di una sola persona) di Ponfure (attuale via Ponte Furio).
L’età comunale portò al trasferimento in città di gran parte degli abitanti delle campagne, sia nobili che contadini, i quali si trasformarono in imprenditori, in mercanti o artigiani. Le conseguenze immediate si videro soprattutto nei terreni del comparto orientale di Crema, dove abitazioni e botteghe cominciarono a occupare gli spazi fino allora lasciati liberi o adibiti a usi agricoli, e nelle strade e vie d’acqua che furono soggette a una vasta opera di riattamento, manutenzione e potenziamento allo scopo di favorire lo scambio delle merci. Lungo le rive di rogge e canali sorsero inoltre in gran numero mulini, segherie, magli e altri opifici che sfruttavano la forza prodotta dai salti d’acqua.
Non per questo venne meno l’interesse per le attività agricole, che rimasero il fondamento dell’economia cremasca. Furono anzi incrementate in seguito alla ricerca di nuovi terreni da dissodare e mettere a coltura grazie al diradamento delle fitte boscaglie che da secoli circondavano Crema, all’introduzione di miglioramenti nella tecnica agricola e della coltivazione intensiva, alla realizzazione di interventi di canalizzazione delle rogge e dei fontanili che migliorarono e resero talmente capillare il sistema irriguo da coprire quasi il 90% del territorio cremasco. Decaduta la funzione sociale ed economica del castello feudale, il fenomeno dell'inurbamento non portò allo spopolamento delle campagne, dove si assistette invece al sorgere di piccoli borghi costituiti da case sparse abitate da quanti erano impegnati nella coltivazione delle terre.
L'affermarsi e il consolidarsi della mentalità mercantilistica, nelle sue diverse forme ed espressioni di imprenditorialità, investimenti economici e sfruttamento dei mezzi di produzione, agricoltura intensiva e innovazioni, fu alla base di un'economia in crescita, aperta agli scambi e ormai libera dalle pastoie feudali. Il XIII secolo fu quindi un periodo economicamente florido, durante il quale fu possibile realizzare grandi opere pubbliche destinate inizialmente soprattutto alla difesa (le mura, come s’è visto, con torri, porte, fossati e terrapieni, il castello di Porta Serio) e successivamente anche al decoro della città con la ricostruzione del Duomo (1284-1341) e l’erezione della Torre Guelfa (1286), che costituiscono i due maggiori e più significativi monumenti del periodo medievale conservati in città.
Nondimeno, o forse proprio per la crescente ricchezza e la sua disuguale distribuzione, anche a Crema, come negli altri comuni italiani, scoppiarono rivalità fra le classi dominanti (nobiltà e borghesia) e il popolo. Né alla città fu risparmiato il deleterio fenomeno della divisione tra fazioni guelfe (sostenitrici del papa) e ghibelline (fautrici dell'imperatore), con la conseguente e funesta serie di lotte e discordie intestine che ne lacerarono profondamente il tessuto sociale e portarono a un progressivo deterioramento delle istituzioni comunali. Dopo alterne vicende, espulsioni e rivincite delle parti avverse, incendi e devastazioni reciproche, vani interventi delle autorità imperiali e religiose per ripristinare la concordia, nel 1316 i guelfi cremaschi, capeggiati dai Benzoni, si impossessarono della città espellendone i ghibellini.
Per Crema, la lotta tra le fazioni significò anche una radicale trasformazione del precedente sistema di alleanze, indirizzato non più in funzione dell'interesse generale della città ma di quello delle singole fazioni. Così l'antico sodalizio con Milano si divaricò nel sostegno degli uni ai guelfi Torriani e degli altri ai Visconti ghibellini. Il cremasco Venturino Benzoni, gran talento militare e fiero oppositore di Matteo Visconti, si guadagnò l'elezione a capitano del popolo milanese, ma finì strangolato dai ghibellini cremaschi nel 1312.
Per porre fine alle lotte tra le fazioni, vista la debolezza dell'autorità imperiale e la lontananza di quella papale (cattività avignonese dal 1309 al 1377) che le avevano favorite, i comuni decisero di confidare tutte le potestà di governo a una sola persona, forte e influente. L'accentramento del potere assunse rapidamente e un po' dovunque le caratteristiche del dominio personale e portò all'instaurazione delle varie signorie. Crema, dopo una breve parentesi sotto il dominio della Chiesa, il 18 ottobre 1335 si arrese ad Azzone Visconti, ponendo così fine alla propria autonomia comunale e dando inizio a un periodo di sottomissione a Milano che si protrasse fino agli albori del Quattrocento.
Ciò non impedì alla città di proseguire nel proprio processo evolutivo, basato essenzialmente su una mentalità imprenditoriale e commerciale destinata a improntare di sé tutta l’economia cremasca, mentre l’assetto architettonico e l’impianto urbano prendevano quei connotati che sarebbero poi stati fissati definitivamente con l’erezione delle cosiddette mura venete. In tale prospettiva la conclusione della rifabbrica del Duomo (1341) fu solo il momento più rappresentativo di un fervore costruttivo che interessò principalmente la sfera religiosa (chiese di San Marino, Santa Elisabetta, San Pietro Martire, San Michele e relativi conventi francescani e domenicani). In campo civile si ricordano l'istituzione della Domus Dei (il futuro Ospedale Maggiore) nel 1351 e la costruzione del castello di Porta Ombriano nel 1370 per volontà di Bernabò Visconti.
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La peste del 1361 e San Pantaleone
Nel 1361 la città venne funestata dalla peste. Racconta Pietro Terni nella sua Storia di Crema: "Crema a tale estremo era ridotta che più non si trovava chi, nel disperato caso, degli infermi cura togliesse: tutti infettati erano, né l'uno all'altro poteva dar soccorso."
Fu in tale circostanza che i cremaschi cominciarono a venerare con particolare devozione la figura di San Pantaleone. Narra ancora il Terni: "Il glorioso Redentore, volendo i miracoli del Santo al mondo manifestare, la mente aperse ai poveri ammalati perché ricorrere dovessero a San Pantaleone. Uniti insieme alcuni di loro il meglio che poterono, fecero voto al glorioso Santo di alcune annuali oblazioni e lo tolsero per patrono, che prima avevano Sant'Antonio, San Sebastiano e San Vittoriano. Fatto il voto, subito, nel decimo giorno di giugno, rimase la terra talmente dalla malvagia sorte liberata, che pare che dal vento fosse lo contagio levato. Dicesi che il Santo protettore fu veduto in aere sopra la terra con la mano distesa, come nel suggello maggiore la Comunità scolpito mostra; havuta la grazia, ordinarono le processioni annuali nel giorno della liberazione, che fu ai dieci di giugno, di tutte le arti ed huomini di Crema e del territorio, come fino ai giorni nostri si costuma."
Dal che si comprende perché la festa patronale di Crema ricorra il 10 giugno, mentre nel calendario ecclesiastico San Pantaleone è ricordato il 27 luglio, giorno della sua morte nel 305 a Nicomedia di Bitinia (oggi Izmit, in Turchia) nel corso della persecuzione voluta da Diocleziano al principio del IV secolo.
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Dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti (1402) e il successivo periodo di anarchia contraddistinto dal riesplodere delle faide tra guelfi e ghibellini, a Crema si affermò la signoria locale dei Benzoni: prima con i fratelli Bartolomeo e Paolo (1403-5) e poi con il loro nipote Giorgio (1402-23) che, seppur insignito della nobiltà veneziana, dovette riconoscere la sovranità del duca di Milano Filippo Maria Visconti. Tramutatasi infine in guerra aperta la rivalità esistente fra quest'ultimo e la Serenissima Repubblica per le mire espansionistiche nutrite da entrambi gli stati, Giorgio Benzoni riparò con la famiglia a Venezia (1423), mentre Crema ritornava sotto il diretto controllo di Milano.
Morto Filippo Maria Visconti nel 1447, a Milano venne instaurata la Libera Repubblica Ambrosiana, che pose a capo del proprio esercito Francesco Sforza, marito di Bianca Maria (figlia di Filippo Maria Visconti). I veneziani, avanzando in Lombardia, cinsero d’assedio Crema che il 16 settembre 1449, disperando negli aiuti dello Sforza, si pose sotto le insegne del leone di san Marco. Con la successiva pace di Lodi (1454), Francesco Sforza fu riconosciuto da Venezia duca di Milano mentre Bergamo, Brescia e Crema furono cedute definitivamente ai veneziani. Iniziò così per i cremaschi il dominio della Serenissima, destinato a durare, salvo una breve interruzione nel 1509-12, fino al 1797.
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Data ultimo aggiornamento: 11/02/2010 |
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